ZOOM 4 – Trivelle e risorse geologiche

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di Leonardo Marotta

 

Il referendum del 17 aprile 2016 è stato il primo atto di partecipazione popolare inerente la gestione delle coste. Nello specifico il referendum – detto “sulle trivellazioni” – riguardò solo le attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi in mare entro le 12 miglia marine dalla costa italiana. Il quesito referendario interessò tutti i titoli abilitativi all’estrazione e alla ricerca di idrocarburi già rilasciati e interviene sulla loro data di scadenza. Non aveva effetto sulle concessioni a terra né su eventuali nuove richieste di concessione entro 12 miglia dalla costa, nonostante nella campagna pre-referendum queste ed altre argomentazioni siano state ampiamente utilizzate dai due schieramenti.

Localizzazione delle maggiori istallazioni di ricerca idrocarburi

Le concessioni per la ricerca e l’estrazione di idrocarburi in mare sono in tutto 69, di queste 35 si trovano entro le 12 miglia. Vi sono 26 concessioni in produzione (ovvero che fanno attività di estrazione) per un totale di 79 piattaforme marine (chiamate in genere con il termine inglese off-shore) che estraggono idrocarburi da 463 pozzi sottomarini. Gran parte delle piattaforme si trovano nell’Adriatico romagnolo e marchigiano (47 piattaforme alimentate da 319 pozzi) e abruzzese (22 piattaforme collegate a 70 pozzi). Le altre piattaforme sono nel Mar Ionio (5 piattaforme e 29 pozzi) e nel Canale di Sicilia (5 piattaforme e 45 pozzi). Sono 8 le piattaforme che hanno una produzione rilevante; la maggior produzione è di Rospo di Mare in Abruzzo (circa 250 mila tonnellate equivalenti di petrolio/anno).

La maggior parte della estrazione è di gas metano pari a 6.98 miliardi di metri cubi all’anno (l’intera produzione di gas in Italia a terra ed in mare). Il consumo pro capite è 995 metri cubi di gas: ogni anno si ha quindi la necessità di importare dall’estero – siamo il quarto paese importatore a livello mondiale: 54,47 miliardi di metri cubi all’anno – principalmente tramite navi e gasdotti. Le riserve totali di idrocarburi italiana è bassa, le intere riserve del nostro paese (allo stato attuale dei consumi per abitanti, imprese, servizi, trasporto) equivalgono a 6-7 settimane di consumi di petrolio e 6 mesi di gas.

Piattaforma Off-Shore

Il rischio di gravi incidenti nel settore estrattivo è basso solo se si tiene in considerazione strettamente l’impianto a sé stante. Viceversa… In Italia vi sono stati 3 incidenti negli ultimi 100 anni (negli ultimi 65 anni due sono stati in pozzi a terra: Cortemaggiore nel 1950 e Trecate nel 1994 e 1 in mare a Ravenna nel 1965). Diversa cosa è se si misura l’intero rischio di incidenti di filiera inclusa la ricerca, l’estrazione, il trasporto, la raffinazione e la distribuzione di idrocarburi.
La ricerca provoca degli impatti di per sé. Le indagini che si conducono si vari metodi tra cui quelli acustici e sismici che si basano su rifrazione e/o riflessione di energia e consentono di definire lungo un profilo indagato, la geologia di un terreno o di un fondo marino (in particolare la stratigrafia del sottosuolo e riconoscere la presenza di gas o di liquidi).
Per questo si usano vari strumenti, tra questi si usa il cosiddetto ”air-gun”, per la prospezione dei fondali marini: un dispositivo che spara aria compressa in acqua producendo onde che si propagano nel fondale, vengono riflesse dagli strati della crosta terrestre e tornano a dei ricevitori chiamati idrofoni. Vogliamo sottolineare che i rumori di origine antropica possono avere effetti sulla vita degli organismi marini acquatici; le specie interessate non sono solo i mammiferi marini, soggetti comunque maggiormente sensibili, ma anche pesci, tartarughe marine e invertebrati marini. Le informazioni sugli effetti delle onde acustiche sulla vita acquatica sono varie e complesse: tali effetti infatti dipendono dal tipo di fonte acustica utilizzata, dalla fisiologia e struttura anatomica delle specie e dal loro habitat. In letteratura scientifica sono riportati alcuni dei potenziali effetti legati ad esposizioni prolungate nel tempo a suoni generati dalle emissioni acustiche: cambiamenti nel comportamento, elevato livello di stress, indebolimento del sistema immunitario, allontanamento dall’habitat, temporanea o permanente perdita dell’udito, morte o danneggiamento delle larve in pesci ed invertebrati marini. Nel caso delle perturbazioni acustiche generate dagli air-gun, alcuni studi riportano una diminuzione delle catture di pesci anche dopo alcuni giorni dal termine delle indagini (si veda ad es. un dibattito sul tema: http://www.sina.com.cn.chietitoday.it/social/segnalazioni/intervista-al-dott-mucciarelli-e-al-dott-marotta-scienza-e-ambiente-un-odi-et-amo-all-italiana-2633574.html)
Per il trasporto e la lavorazione vi sono ulteriori rischi ed impatti. L’Italia è la nazione con il più alto numero di raffinerie del mar Mediterraneo, che lavorano un quarto del greggio dell’intero bacino, ha 14 porti petroliferi principali e 17 raffinerie. La metà del greggio destinato al bacino del Mediterraneo viene scaricata in Italia per essere poi esportata in Europa. Attraverso gli oleodotti italiani scorrono più di 100 milioni di tonnellate di petrolio all’anno.
Nel Mediterraneo si ha il più alto inquinamento di idrocarburi a livello mondiale. I dati forniti dall’UNEP-MAP (Mediterranean Action Plan) stimano in 100-150.000 tonnellate la quantità di idrocarburi “persi” annualmente nel mar Mediterraneo. Il catrame nei sedimenti di fondo (detto catrame pelagico è di 38 milligrammi per metro cubo, la più alta del mondo (nei fondali delle isole del gipponi questa cifra è di 3,8, nel Atlantico 2,2 (Corrente del Golfo) e o 0,8 del Golfo del Messico.
L’inquinamento da idrocarburi – derivante da attività in mare – ha principalmente due origini: gli incidenti che, nel caso coinvolgano quantità cospicue (come ad esempio i casi delle navi Haven, Erika e Prestige) e l’attività operativa delle navi, come lo scarico in mare di acque di zavorra. In entrambi i casi si formano borchie che possono affondare e il cosiddetto “slop”, un materiale costituito da idrocarburi pesanti e altre impurezze, generatosi dai residui di prodotto petrolifero misto ad acqua. Lo “slop” si forma in generale dai depositi che si sedimentano sulle pareti dei serbatoi di navi e cisterne. E’ una sostanza inquinante composta da idrocarburi pesanti che si forma tipicamente dai depositi che si sedimentano sulle pareti dei serbatoi delle navi e morchie. In passato gli “slop” e altre sostanze inquinanti potevano venire rilasciate in mare mediante i sistemi di pulizia delle petroliere.

Tipi di piattaforma e attività in mare

La convenzione internazionale La Convenzione internazionale per la prevenzione dell’inquinamento causato da navi (nota anche come MARPOL 73/78 perché in essa convergono due trattati internazionali del 1973 e del 1978), è l’ accordo internazionale per prevenire l’inquinamento del mare. Questa vieta il rilascio in mare di “slop” particolarmente dannosi anche se autorizza lo sversamento in mare di altre acque di lavaggio cisterne, con basso impatto ecologico e regola il “crude oil washing”. Il modello attuale di “crude oil washing” limita al minimo gli sversamenti in mare e obbliga a trattare adeguatamente lo slop come sostanza inquinante e pericolosa come ad esempio attraverso la distillazione controllata in basse percentuali insieme al greggio.
Gli Incidenti nel Mediterraneo sono stati 27 dal 1985 (contando quelli più gravi e trascurando tanti altri di più modesta entità), con la perdita in mare di oltre 270.000 tonnellate di idrocarburi. L’Italia ha il primo posto tra i paesi del Mediterraneo: 162.600 tonnellate di greggio sversato; seguita dalla Turchia, quasi 50.000 tonnellate, e dal Libano, 29.000. Nel Mediterraneo, in media, si contano circa 60 incidenti marittimi all’anno, in circa 15 dei quali le navi coinvolte riversano in mare petrolio e sostanze chimiche.
Anche il trasporto terrestre ha provocato incidenti: a Viareggio – ad esempio – avvenne un incidente ferroviario il 29 giugno 2009: un deragliamento del treno merci 50325 portò alla fuoriuscita di gas da una cisterna contenente GPL perforatasi nell’urto; si innescò quasi subito un incendio alla stazione di Viareggio, e l’esplosione della cisterna. Nell’incidente perdettero la vita 33 persone (di cui 20 in ospedale), 25 rimasero ferite.
Oltre all’estrazione e al trasporto si ha un ulteriore rischio ed impatto nel caso di un impianto di rigassificazione, un impianto industriale che permette di riportare il gas metano dallo stato liquido (gas naturale liquefatto GNL), utilizzato nel trasporto marittimo per contenerne il volume, a quello gassoso (per il trasporto terrestre e necessario per il consumo finale). Gli impianti di rigassificazione sono realizzati a terra, in mare (su strutture offshore galleggianti, ancorate, su pali o su isole artificiali), o su particolari navi dette “unità galleggianti di stoccaggio e rigassificazione” (o FSRU, dall’inglese Floating Storage and Regasification Unit).
Gli impianti di rigassificazione di GNL, sono o a circuito aperto (che prevede l’utilizzo dell’acqua di mare per il riscaldamento del gas liquefatto – il sistema più utilizzato) o a circuito chiuso (sistemi che richiedono un consumo energetico maggiore e non hanno sversamento in mare per non impattare l’ambiente acquatico). Il Comitato Scientifico del WWF di Trieste (per approfondire si veda il documento disponibile sul sito: http://www.biologiamarina.eu/Rigassificatori_WWF.pdf) ha analizzato le due tecnologie. Il sistema a circuito chiuso richiede la combustione di un’aliquota supplementare (+ 0,87%) del GNL conferito in impianto, quindi una maggior emissione di anidride carbonica e ossidi di azoto (che si formano in tutti i processi id combustione in atmosfera). Il sistema a circuito aperto da luogo a impatti cumulativi: il raffreddamento dell’acqua di mare, la perdita dei servizi ecosistemici espletati dall’habitat marino, la distruzione di plancton e larve, la selezione operata a favore di specie batteriche resistenti al trattamento con cloro, il rilascio di sostanze tossiche (comprendete il cloro libero residuo i composti bromurati). Il cloro immesso nell’acqua di mare dà principalmente origine a composti organici alogenoderivati (essenzialmente bromurati), come i trialometani (principalmente bromoformio), gli acidi aloacetici, gli aloacetonitrili, gli alofenoli. In base allo stato di ossigenazione dell’acqua e alla presenza di fioriture fitoplanctoniche, durante le fasi ipossiche o anossiche, vengono prodotte notevoli quantità di ammonio, che interferisce con il cloro per la formazione di clorammine. Tutti questi composti chimici sono tossici, persistenti (in parte) e mutagene. Si accumulano nei lipidi e vengono trasmesse lungo la catena alimentare e possono agire da interferenti endocrini (o perturbatori endocrini) Questi sono una vasta categoria di molecole e/o miscele di sostanze che alterano la normale funzionalità ormonale dell’apparato endocrino, causando effetti negativi sulla salute di un organismo o della sua progenie. Queste sostanze rientrano nella lista delle sostanze più a rischio per il comparto acque secondo la legge quadro sull’ambiente (D.Lgs. 152/2006, Allegato III, parte III).
Oltre agli impatti diretti di un rigassificatore esistono i rischi di incidente con perdita ed esplosione. Piero Angela, in collaborazione con Lorenzo Pinna, ha scritto “La sfida del secolo” sul problema dell’energia, in cui parla di questo tipo di incidenti: “Il gas freddissimo, a contatto con l’acqua di mare, molto più calda, inizierebbe a ribollire, a evaporare e formare una pericolosa nube. Questa nube di metano evaporato rimarrebbe più fredda e più densa dell’aria e potrebbe viaggiare sfiorando la superficie marina, spinta dal vento, verso la terraferma. Scaldandosi lentamente la nube comincerebbe a mescolarsi con l’aria. Una miscela fra il 5 e il 15 percento di metano con l’aria è esplosiva. Il resto è facilmente immaginabile. Se questa miscela gassosa, invisibile e inodore, investisse una città, qualsiasi (inevitabile) scintilla farebbe esplodere la gigantesca nube. La potenza liberata in una o più esplosioni potrebbe avvicinarsi a un megatone: un milione di tonnellate di tritolo, questa volta nell’ordine di potenza distruttiva delle bombe atomiche. Le vittime immediate potrebbero essere decine di migliaia, mentre le sostanze cancerogene sviluppate dagli enormi incendi scatenati dall’esplosione, ricadendo su aree vastissime, sarebbero inalate in “piccole dosi”, dando luogo a un numero non calcolabile, ma sicuramente alto, di morti differite nell’arco di 80 anni. Si tratta di uno scenario assolutamente improbabile, ma non impossibile”.
La ricerca, ed estrazione degli idrocarburi è quindi una attività economica? Solo in parte perché produce alti costi esterni e rischi sulla società. Per costi esterni di una attività si intendono i costi associati che il provato che fa l’attività non paga (in questo caso derivano dall’estrazione, dall’utilizzo di una fonte di energia primaria e dalla sua trasformazione in un prodotto energetico), che ricadono sulla collettività e che non sono sostenuti dai diversi gestori di tali attività. In realtà l’innovazione potrebbe andare in una alta direzione, utilizzando energie a più basso impatto ambientale riducendo significativamente i rischi per le coste a la piattaforma continentale (interessata per 25% da attività di sfruttamento degli idrocarburi offshore). Inoltre l’Italia ha firmato il protocollo di Kyoto e l’Accordo globale sul Clima di Parigi. Quest’ultimo, all’articolo 2 (sottoscritto da 195 Paesi, tra cui appunto l’Italia), chiede di ridurre gli impatti del cambiamento climatico e applicare politiche attraverso azioni capaci di limitare l’incremento della temperatura media globale a 1,5°C.
Se continuiamo con questa politica energetica fossile, di sicuro non raggiungeremo l’obiettivo.

 

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