ZOOM sul mare, parte 3: l’erosione costiera

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Erosione e gestione delle coste

di Leonardo Marotta

 

La costa è il luogo fisico in cui terra e mare si incontrano, dando origine ad un’area di transizione tra ambiente continentale e marino caratterizzata e determinata da fenomeni estremamente complessi. Questi quando sono in disequilibrio portano a fenomeni di erosione.

Area in erosione (linee rosse) nel Mar Mediterraneo

 

Le coste sabbiose sono essenzialmente rappresentate dalle spiagge (spiaggia sommersa con barre di sabbia, a volte isole barriera e depositi allungati detti frecce litorali e spiaggia emersa con dune e retrodune), accumuli di sedimenti sciolti di origini e dimensioni variabili. I fattori che determinano le caratteristiche geomorfologiche sono prevalentemente meccanici (maree, onde, correnti, vento) e subordinatamente climatici, biologici e chimici.

I sedimenti provengono dall’alterazione superficiale delle rocce affioranti nel bacino idrografico di riferimento e/o dall’erosione di depositi recenti poco consolidati situati in zone costiere (ad esempio formazioni conglomeratiche) o dall’erosione di scogliere.

Le coste lagunari sono formate da lagune e paludi costiere. In generale sono separate da isole barriere dal mare (come il lido a Venezia).

Le coste rocciose o coste alte sono formate da rocce a picco sul mare. Il mare è un agente erosivo molto selettivo che rompendo le rocce forma grotte, archi naturali, di una ripa di erosione o falesia (come quelle del Conero nelle Marche o le bianche scogliere di Dover sulla Manica) e di una piattaforma di erosione (in California ci sono piattaforme larghe 500 metri).

Un esempio di erosione su costa alta nel Regno Unito

La dinamica costiera (erosione e sedimentazione, avanzamento e arretramento della line di costa) dipende dall’insieme delle azioni e dei fenomeni che portano alla costruzione o disgregazione e alla demolizione delle forme e strutture geologiche costiere. L’erosione marina, o abrasione, è l’asportazione superficiale di materiale ottenuta con azione di attrito, sollevamento e trasporto da parte del mare. L’accrezione avviene per deposito o costruzione di strutture. La spiaggia, che separa la terra dal mare, ha un equilibrio dinamico, mantenuto da azioni di deposito e costruzione e di erosione e demolizione, bilanciato quindi da un insieme di fenomeni che sono le onde, le maree, le correnti lungo costa e trasversali ad essa, la qualità di materiale (sedimenti trasportati in mare dai fiumi), i materiali che le onde stesse scavano interagendo con le rocce (ad esempio demolendo le scogliere durante le tempeste). Il fenomeno dominante dipende – sul medio-lungo periodo – dal bilancio tra fenomeni di erosione e di deposito e in generale risulta in equilibrio. Quando questo equilibrio si rompe può accadere che il mare posi maggiore quantità di materiale, e la spiaggia avanzi; oppure che il mare asporti maggiore quantità di materiale rispetto al deposito e allora si verifichi l’erosione costiera.

Le cause macroscopiche dell’erosione e dell’accrezione dipendono dalla subsidenza e dal sollevamento della crosta terrestre. Il primo fenomeno è il lento movimento di abbassamento (in generale millimetri per anno) della crosta terrestre dovuto in generale al peso dei sedimenti che si accumulano, all’estrazione dell’acqua dalle falde acquifere e all’estrazione del metano da giacimenti ubicati in prossimità della costa. Il sollevamento dipende da cause remote come la risposta della crosta allo scioglimento dei ghiacci che togliendo peso hanno portato ad un sollevamento della crosta terrestre. Il sollevamento del livello medio del mare si aggiunge al fenomeno della subsidenza se il mare si alza o la terra si abbassa l’effetto integrato è lo stesso una superficie differente è esposto a alle onde e correnti marine e si ha un nuovo equilibrio con l’arretramento della linea di riva.

Al contempo, la costa, in quanto area di scambio merci, interazioni e collegamento diviene luogo urbanizzato ed economico e ciò la porta essere la tipologia di territorio che subisce le maggiori pressioni demografiche, più del 50% della popolazione mondiale vive in regioni costiere.

Le azioni dell’uomo creano cause dirette del cambiamento della linee di riva, quindi di fenomeni localizzati di erosione: urbanizzazione, porti e opere costiere creano piccoli cambiamenti che si sommano. Si ha un impatto cumulativo dove le prime azioni sbilanciano un spiaggia e le azioni di rimedio vanno a sbilanciare aree sempre più grandi e linee di costa sempre più lunghe.  Le opere costruite in mare per la protezione dei litorali, come le scogliere frangiflutti, la presenza o il prolungamento di moli portuali, influiscono sull’equilibrio della spiaggia, andando ad ostacolare il normale flusso dei sedimenti, ed il loro trasporto da parte delle correnti marine. L’urbanizzazione della costa con strutture turistico-balneari, palazzi spesso a ridosso dell’arenile, ha causato un cambiamento di peso sulle spiagge, un cambiamento dell’equilibrio delle acque sotterranee e quindi un’alterazione dell’equilibrio costiero.

L’estrazione di acqua o gas da depositi costieri (siano essi sommersi o emersi) porta a due ulteriori effetti il cambio della pendenza delle spiagge, che anche con piccole variazioni di qualche grado cambiano di molto il profilo, quindi danno luogo a fenomeni erosivi, e l’ingresso del cuneo salino che sostituisce le acque dolci presenti negli interstizi dei sedimenti (come se togliessimo da un babà il rhum e mentre è vicino ad acqua salata…cambierà non solo il sapore ma anche la consistenza del babà…che comunque butteremo via). Le acque salmastre sotterranee risalgono (per capillarità) nei terreni e rovinano fondazioni delle case e rendo inutilizzabili i terreni per l’agricoltura.

L’uso sbagliato di una risorsa porta a rovinarne un’altra, e a volte anche due o tre! Ad esempio le opere di difesa litorale come le scogliere di massi messi in un punto portano ad erodersi zone a valle di queste. La difesa di un punto danneggia il vicino. Le briglie sui fiumi o i laghi artificiali utilissimi per agricoltura e produrre energia elettrica bloccano il trasporto di sedimenti: meno sedimenti significa sottrazione nel bilancio dei sedimenti. Quindi erosione. Una toppa ad un problema crea ulteriori problemi. Dobbiamo gestire al contempo i bacini idrografici e le coste. Inoltre le autorità che governano i fenomeni sono differenti e spesso non si parlano.

Per gestire questa complessità di relazioni e processi sono stati creati strumenti integrati, la gestione dei bacini idrografici e la Gestione Integrata delle Zone Costiere (ICZM). L’ICZM nasce con una raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio adottata il 30 maggio 2002 (2002/413/CE), sulla base di valutazioni e proposte dell’Agenzia Europea dell’Ambiente e dei risultati di un programma dimostrativo attuato tra il 1996 e il 1999 attraverso 35 progetti e 6 casi tematici. La Commissione Europea chiese ai Paesi Membri di adottare un approccio strategico alla gestione delle aree costiere coinvolgendo nei processi tutti i soggetti pubblici che abbiano una qualche responsabilità di pianificazione, programmazione e gestione del territorio, dei fiumi, delle città, dei porti e degli ecosistemi. L’approccio ha avuto nel tempo una notevole evoluzione ed estensione, ma ancora non ha avuto l’efficacia e l’efficenza necessaria.

La gestione integrata delle zone costiere dovrebbero aggregare le varie politiche, le azioni dei privati che portano a dei conflitti tra usi, tra usi e rinnovabilità delle risorse, tra interessi e diritti.  La gestione integrata delle aree costiere non è una semplice politica ambientale. Infatti si basa sulla conoscenza ed il monitoraggio dei fenomeni (subsidenza, inquinamento, bilanci sedimentari, analisi di onde e correnti, valutazione dei cambiamenti climatici che stanno portando ad eventi più estremi). A questo si deve aggiungere il problema del governo dei beni comuni. Il problema della distruzione delle risorse quando sono beni comuni è stato analizzato dall’ecologo Garret Hardin nel 1968.
Da allora sono stati fatti molti passi avanti. Elinor Ostrom ha risolto il problema attraverso l’analisi della capacità di governance delle risorse comuni (e per questo è stata insignita nel 2009 del Premio Nobel per l’economia insieme a Oliver Williamson).  Le foreste, le riserve di pesce, i pascoli sono, ad esempio, beni comuni. La Ostrom sottolinea come gli esseri umani e gli ecosistemi interagiscano per provvedere a raccolti sostenibili nel lungo tempo. Il lavoro di Ostrom ha enfatizzato come gli umani abbiano creato diversi accordi istituzionali sopra le risorse naturali per migliaia di anni, che hanno permesso agli ecosistemi di non collassare. La Ostrom spiegò anche come, nonostante i successi siano importanti, gli esseri umani siano responsabili anche di innumerevoli collassi, inoltre sottolineò l’importanza della complessità della natura dell’interazione fra umani ed ecosistemi, e mise in guardia contro ogni possibile “regola aurea” per risolvere problemi sistemici socio-ecologici. 

Il modello sistemico che si basa su una analisi di come il mondo sia fatto e come le cose interagiscano su più livelli, applicato agli ecosistemi e alla società umana, aiuta a comprendere come l’organizzazione e il funzionamento ciclico degli stessi siano dovuti a processi che coinvolgono sia trasformazioni fisico-chimiche e biochimiche che trasferiscono gli elementi fra i vari comparti ecosistemici della terra, alla terra solida, all’atmosfera e all’oceano che all’enorme varietà di organismi. L’approccio ecosistemico è stato usato dai fratelli Odum, è cruciale per studiare lo stato dinamico e quasi- stazionario dei sistemi: un compartimento ecologico può essere visto come un’entità delimitata ed avente scambi di materia ed energia con l’esterno, i sistemi aperti tendono ad una condizione di stabilità relativa, in cui il sistema rimane in equilibrio dinamico (come la Regina Rossa di Alice) malgrado il cambiamento continuo e lo lo scambio continuo dei componenti.

I fenomeni di dinamica costiera costano moltissimo. La costa italiana da nord a sud è fonte di guadagno per via delle molteplici strutture turistico-ricettive, realizzate nel corso del secolo XX, si sono adottate differenti misure di intervento. Alcune sono costate un milione di euro per anno per ogni 100 metri di spiaggia. La domanda è: fino a quando si deve proteggere? Si può cambiare il modello di gestione?

 

Erosione alla foce del Livenza (Veneto)
Erosine su strutture turistiche, costa agrigentina, Sicilia

Le strutture naturali di difesa della costa sono le spiagge e le dune: sono solitamente parallele alla linea di riva e la loro funzione principale è quella di dissipare parte dell’energia del moto ondoso provocando il frangimento (la rottura) dell’onda.

Si deve trovare una risorsa da far tutelare al bagnino. La risorsa può essere la difesa della spiaggia da parte del bagnino che diviene cogestore della risorsa stessa. Il birdwatching può essere una risorsa ove si ha di nidificazione del fratino (Charadrius alexandrinus), un piccolo limicolo, ovvero una di quelle specie che vivono principalmente in ambienti umidi.

Il fratino, piccolo trampoliere che nidifica in spiaggia

La bellezza di un habitat e di una pianta può divenire altra risorsa o anche una concisione culturale. L’eringio marino  (Eryngium maritimum), può essere un esempio: è una pianta della famiglia delle Apiaceae (o Umbelliferae), diffusa sulle coste sabbiose del Mediterraneo e dell’ Atlantico Orientale.

Eringio marino, pianta che stabilizza le dune

Ai tempi di Elisabetta I di Inghilterra, le radici candite di questa pianta venivano vendute come dolci chiamati eringoes, si riteneva avessero proprietà afrodisiache, e proprio in questo senso vengono citate nella commedia “le allegre comari di Windsor” di Shakespeare. È una specie pioniera delle dune, che grazie al suo esteso apparato radicale riesce a bloccare il movimento della sabbia, stabilizzandola, facilitando così lo sviluppo della vegetazione colonizzatrice. Si sta estinguendo a causa dell’avanzamento del mare a ridosso delle spiagge per causa dei dissesti idrogeologici dovuti all’erosione e all’invasione delle acque marine durante le sempre più frequenti mareggiate.

Le strutture di difesa artificiali, realizzate direttamente come opera di ingegneria, si dividono in:

Morbide (Soft): come le spiagge artificiali e i sacchi di sabbia sommersi (usati ad esempio a Riccione), sono molto ecosostenibili anche se si erodono velocemente;

Rigide o dure (Hard): sono le vere e proprie strutture realizzate in mare o vicino alla costa. Tra le principali troviamo:

a. Strutture di difesa trasversale (pennelli): sono i più diffusi, sono un accumulo di massi disposti ortogonalmente alla linea di riva, distanziati tra loro di circa 2-3 volte la loro lunghezza;

b. Strutture longitudinali distanziate emergenti: sono massi naturali o artificiali disposti non parallelamente alla linea di riva. Il principale scopo è quello di dissipare l’energia dovuta agli attacchi frontali, tuttavia possono provocare l’accumulo di materiale dovuto alla creazione di correnti longitudinali;

c. Strutture longitudinali sommerse (dette barriere soffolte): lo scopo è ridurre il moto ondoso prima che arrivi a riva, tramite i frangimenti. Sono messe in profondità di alcuni metri, disposte parallelamente alla linea di riva. Devono essere segnalate perché possono creare rischi alle imbarcazioni. Esistono barriere soffolte interessanti perché hanno multifunzionalità essendo strutture realizzate per incrementare la biodiversità di habitat.

d. Strutture aderenti: sono realizzate in prossimità della riva, con il compito di contenere i terreni e mantenere fissa e costante la linea di riva. Sono molto efficienti se l’attacco dell’onda è frontale (ovvero la direzione delle onde è perpendicolare alla spiaggia). Un esempio sono i Murazzi (“Murassi” o “Muràsi”) di Venezia, lunghi quasi 18 km, un’opera di ingegneria ideata da padre Vincenzo Coronelli nel 1716, realizzata da Bernardino Zendrini (iniziata nel 1744, completata nel 1782). Questi sostituirono le  palade, delle palafitte riempite di sassi la cui durata era assai breve.

Furono così efficienti che vennero danneggiati dalle mareggiate solo nel 1825 ed il 4 novembre 1966, quando la loro rottura fu una delle cause dell’eccezionale acqua alta che sommerse la città di Venezia.

Il caso dei murazzi dimostra che le soluzioni buone e cattive non esistono, almeno in assoluto. Le soluzioni a vincita multipla ovvero dove si riducono i conflitti e si incrementano le vincite per il maggior numero di attori solo le migliori. Chi guadagna da una risorsa tenderà a tutelarla senza bisogno di interventi pubblici. Nella gestione delle zone costiere i conflitti si devono risolvere attraverso strategie dove gli interessi economici facciano si che gli ecosistemi si conservino per conservare i loro profitti; la salvaguardia degli ecosistemi naturali dovrà essere uno degli obiettivi principali di una strategia vincente che si prefigga lo scopo di promuovere il benessere economico e sociale.

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