ZOOM sul mare, parte 1: l’inquinamento

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L’inquinamento in mare

di Leonardo Marotta

 

Le criticità ambientali dei mari chiusi all’interno dell’oceano mondiale hanno il loro esempio maestro nel Mediterraneo e, più in particolare, nel Mare Adriatico. L’antropizzazione delle coste, l’apporto inquinante da porti, città costiere e dai fiumi, il prelievo eccessivo da parte dell’attività di pesca, i rischi dalle attività di prelievo e la difficoltà nella gestione delle acque internazionali, creano danni che si accumulano nello spazio e nel tempo.
L’acqua ha una proprietà fisica molto importante: è un buon solvente per moltissime sostanze, quindi riesce a portare in soluzione un’enorme quantità di sostanze, siano esse allo stato liquido, solido o gassoso. La sua struttura polare e la presenza del legame idrogeno fanno sì che essa riesca a portare in soluzione sia sostanze ioniche sia molecolari. Per questo l’acqua dei fiumi e marina è un elemento di trasporto di sostanze nutritive, che fungono da base di nutrimento per gli essere viventi. Poiché tutti i fiumi arrivano al mare tutte le sostanza che noi gettiamo in qualunque parte del mondo prima o poi arrivano in mare: il mare è divenuto il deposito dei nostri inquinanti.

Infatti i residui di produzione, i prodotti usati in agricoltura, i nostri scarti, arrivano al mare attraverso i bacini idrografici (fiumi, dilavamento), oppure dall’atmosfera portati dalla pioggia (spray portati dal vento) o derivano direttamente dall’atmosfera (come metalli pesanti, idrocarburi, monossido di carbonio e anidride solforosa). I fiumi portano i residui di pesticidi (insetticidi, erbicidi), di fertilizzanti, le acque derivanti dai depuratori civili ed industriali (materia organica, metalli pesanti, idrocarburi, residui dell’industria chimica).
Nel Mediterraneo i paesi rivieraschi si stanno impegnando ad affrontare le sfide della protezione dell’ambiente marino e costiero, con la pianificazione integrata e la gestione delle zone costiere, rafforzando i piani regionali e nazionali per realizzare uno sviluppo sostenibile.
Gli inquinanti hanno impatti diretti ed indiretti con l’ecosistema. Sono più dannosi quando interagiscono molto con la catena trofica che è l’insieme dei rapporti preda predatore (ovvero alimentari) tra gli organismi alimentari di un ecosistema. Ogni ecosistema ha almeno una sua catena trofica, spesso descritta come piramide (per il ridursi della biomassa dei consumatori via via successivi, secondo rapporti descritti dall’ecologia che sono frequentemente 1/10 tra la preda ed il suo predatore). In realtà la catena è un insieme di rapporti tra organismi e poiché un individuo appartiene a più di una catena alimentare, si crea una vera e propria rete detta rete trofica. La biomagnificazione, bioamplificazione o magnificazione ecologica è il processo per cui l’accumulo di sostanze tossiche negli esseri viventi aumenta di concentrazione man mano che si sale di livello nella catena alimentare al livello trofico successivo, ovvero procedendo dal basso verso l’alto all’interno della piramide alimentare (all’interno della rete trofica). Così gli scarichi di materia organica nutrono in eccesso alghe e batteri e si hanno fenomeni di eutrofizzazione, ovvero di eccesso di nutrimento in aree con mare tranquillo.

Aree con fenomeni di eutrofizzazione ovvero di arricchimento di nutrienti in corpi idrici a debole ricambio; è dovuto al dilavamento di fertilizzanti e alla sostanza organica degli scarichi urbani

Gli inquinanti invece derivano da aree urbane, industriali, agricole e porti, nonché da scarico decreto delle navi.

Aree costiere del Mar Mediterraneo con fenomeni importanti di inquinamento

Gli inquinanti organici persistenti o POP (acronimo inglese di Persistent Organic Pollutants) sono sostanze chimiche molto resistenti alla decomposizione e che possiedono alcune proprietà tossiche derivanti dalla loro elevata lipoaffinità (sono affini ai grassi), che portano al loro accumulo negli organismi.  Tra questi vi sono le sostanze organiche organoclorurate quali DDT, le diossine ed il PCB che si accumulano nella catena alimentare (dalle alghe, alle sardine ai tonni) fino ai consumatori secondari (quali i cetacei e l’uomo), causando danni e malformazioni. Il DDT (para-diclorodifeniltricloroetano) è stato il primo insetticida moderno ed è senz’altro il più conosciuto; venne usato dal 1939, in particolare in Italia fu usato per debellare la malaria. I policlorobifenili, noti spesso con la sigla PCB, sono una classe di composti organici  con il cloro. Sono considerati inquinanti persistenti dalla tossicità alta, si accumulano nella catena trofica attraverso fenomeni di magnificazione biologica. Le diossine sono una classe di composti organici eterociclici. Le diossine alogenate si bioaccumulano ed hanno una durata lunga in mare, dipendente dalla chimica e dalle condizioni ambientali. La più nota e pericolosa, per contaminazioni ambientali e alimentari, è la 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina, spesso indicata con l’abbreviazione TCDD. Esistono diverse diossine naturali: alcune spugne producono questi composti: la spugna di mare Dysidea dendyi, produce un repellente detto spongiadiossina che è un composto bromurato.
I metalli pesanti sono definiti in base alla densità (un metallo pesante sarebbe un elemento chimico la cui densità sia maggiore di 5 grammi per centimetro cubo) o in base al peso atomico (un elemento il cui peso atomico sia maggiore di 20). Dal punto di vista della chimica formano cationi con diversi stati di ossidazione e quindi hanno l’elevata attitudine a formare complessi molecolari nel citoplasma cellulare. I metalli pesanti sono pericolosi perché si accumulano nella catena alimentare e sono molto dannosi perché non vanno soggetti  alla decomposizione biologica (mercurio , zinco, cadmio, selenio che possono trasferirsi all’uomo procurando lesioni permanenti al sistema nervoso e all’apparato osseo).
Dai depuratori urbani e quelli degli allevamenti arrivano tonnellate di sostanze organiche. I sistemi fognari delle grandi concentrazioni urbane e degli allevamenti di animali domestici sono spesso ancora privi di sistemi di depurazione efficienti. I residui organici vengono rilasciati in mare o vi arrivano attraverso i fiumi. Questa forma di inquinamento é meno grave perché degradato dai batteri con relativa facilità, ma può causare comunque gravi conseguenze come importanti fioriture algali (eutrofizzazione) e conseguenti situazioni di mancanza di ossigeno (anossia). Il Petrolio è invece una delle principali tipologie d’inquinamento. Viene rovesciato direttamente in mare dalle navi attraverso la pulitura delle cisterne delle petroliere, o dalle perdite nei porti, o dagli impianti di estrazione off-shore (ovvero in mare), oppure rilasciato in modo indiretto dagli stabilimenti che trasformano il petrolio (aziende petrolchimiche, dalla ricaduta dei gas incombusti del traffico, o dalla pulizia delle strade).
Il mare si sta riempiendo anche di detriti galleggianti: in media 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono ogni anno nei mari di tutto il mondo. Il tempo di decomposizione dei seguenti materiali, a mo’ di esempio, distrattamente gettati a terra o direttamente in mare sono:
– filtri di sigarette                   12 anni
– sacchetti di plastica             20 anni
– lattine di birra                    100 anni
– bottiglie di plastica             fino ad un milione di anni.
In adriatico si hanno 27 rifiuti per km di costa, con il 41% di sacchetti di plastica.

Rifiuti galleggianti, in questo caso si ha una densità fino a 100 oggetti per metro quadrato

Ai flussi si aggiungono gli incidenti ed i versamenti accidentali, come gli incidenti delle petroliere o delle piattaforme. L’esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel golfo del Messico, nel 2010, ha provocato lo sversamento di 414.000–1.186.000 tonnellate di petrolio. Un vero disastro ambientale ma anche economico. Quanti milioni di dollari saranno i danni? Oltre 20 miliardi di dollari di danni diretti, ai quali vanno aggiunti quelli indiretti agli ecosistemi.

Disastri da sversamenti di petrolio dalle petroliere o dai pozzi. Lo sversamento (in inglese oil spills) compromette gravemente l’ambiente. Il petrolio non raffinato (greggio) ha un peso specifico minore dell’acqua, inizialmente forma una pellicola impermeabile all’ossigeno sopra il pelo libero dell’acqua, causando evidenti danni per fenomeni fisici e tossici diretti alla macrofauna e una assenza di ossigeno (anaerobiosi) che uccide il plancton (insieme di organismi galleggianti trasportati dalle correnti. Quando si appesantisce precipita sul fondale e fa danni simili sugli organismi bentonici (che vivono sl fondo). La bonifica dell’ambiente danneggiato richiede mesi o anni.

Che possiamo fare? In generale esistono trattati internazionali e leggi nazionali, ad esempio la Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti, firmata in occasione di un convegno tenutosi a Stoccolma dal 22 al 23 maggio 2001, si pone come obiettivo l’eliminazione e la diminuzione dell’uso di alcune sostanze nocive per la salute umana e per l’ambiente definite inquinanti organici persistenti (POP o POPs).
Il programma delle Nazioni Unite United Nations Environment Programme (UNEP) è l’ente delle Nazioni Unite designato per affrontare le questioni ambientali a livello globale e regionale. Il suo mandato è quello di coordinare lo sviluppo di una politica ambientale concertata, mantenendo l’ambiente globale sotto controllo e portando le questioni emergenti all’attenzione dei governi e della comunità internazionale.
Nel 1975, solo tre anni dopo la Conferenza di Stoccolma, che ha istituito l’UNEP, 16 paesi del Mediterraneo e la Comunità Europea hanno adottato il Mediterranean Action Plan (MAP), il primo piano adottato come programma regionale per il mare sotto l’egida dell’UNEP.
Nel 1976 queste parti hanno adottato la Convenzione per la protezione del Mar Mediterraneo dall’inquinamento (Convenzione di Barcellona).
Nel 1995, il Piano d’azione per la protezione dell’ambiente marino e lo sviluppo sostenibile delle aree costiere del Mediterraneo (MAP Fase II) è stato adottato dalle parti contraenti per sostituire il Mediterranean Action Plan del 1975. Al tempo stesso, le Parti contraenti hanno adottato una versione modificata della Convenzione di Barcellona del 1976, ribattezzata Convenzione per la protezione dell’ambiente marino e della regione costiera del Mediterraneo. Il MAP è uno sforzo di cooperazione regionale che coinvolge oggi 21 paesi che si affacciano sul Mar Mediterraneo e l’Unione Europea.
A livello mondiale dagli anni 2000 si tenta di creare una rete di Aree Marine Protette per conservare la biodiversità e ricostituire la produttività degli oceani. Le convenzioni UNCLOS (United Nation Convention on the Law of the Sea), CBD (Convention on Biological Diversity), la Convenzione di Barcellona (protocollo ASPIM), che interessa specificatamente il Mediterraneo, la Direttiva Europea Habitat (che assume alla direttiva uccelli tutelano fauna, flora, ed ecosistemi) e la creazione della rete Natura 2000 (la rete delle aree protette a livello di Unione Europea).
L’unione europea attraverso i progetti Life, Life+ ed i progetti di cooperazione interregionale sta implementando le politiche sulla gestione integrata delle aree costiere (che ha come obiettivi un governo efficace e responsabile, uno sviluppo socio-ecologico duraturo, la gestione intelligente delle risorse e l’equità sociale) e sulla pianificazione dello spazio marittimo, ma anche creando un importante insieme di buon pratiche che sono esempio di come far crescere l’economia e migliorare la salute degli ecosistemi. Alcune di queste pratiche, come la gestione delle Isole Medes in Spagna sono un esempio per il mondo intero.

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