#COP23 – I più e i meno della Conferenza sul Clima

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Una conferenza tecnica e di transizione, s’era detto. Un intermezzo fra il punto di svolta dei principi enunciati a Parigi nel 2015 e gli attesi protocolli di attuazione (rulebook) di Katowice 2018. Ma è stato davvero così?


Non del tutto, secondo me, perché qui a Bonn ci sono stati alcuni segnali interessanti, al di là dei tecnicismi, che vorrei farvi notare.


Il primo è stato un pezzo di bravura della Presidenza Fijiana. Perché, ricordiamo, anche se siamo in terra tedesca la COP23 è Presieduta dalle Fiji. E il fatto che la Presidenza fosse di un’isola, una di quelle isole seriamente minacciate nella loro stessa esistenza dai cambiamenti climatici, s’è notato. I Fijiani sono stati bravissimi a mettere immediatamente sul tavolo la loro priorità: il funzionamento reale del meccanismo LOSS&DAMAGE. E alla fine hanno ottenuto ciò che volevano, e cioè chiarezza e impegni precisi sul L&D, anche se purtroppo con un ulteriore rinvio di sei mesi. Ma cos’è il L&D? Si tratta del terzo pilastro sul quale si basa la lotta alle conseguenze del cambiamento climatico. Il primo è la prevenzione, il secondo è l’adattamento alle mutate condizioni e il terzo è – appunto – il Loss&Damage. Si tratta di affrontare economicamente con velocità quelle situazioni estreme che potrebbero venirsi a creare in seguito ai cambiamenti climatici per i quali sono ritenuti responsabili i Paesi sviluppati. La Presidenza ha subito chiarito che da Bonn si doveva uscire con impegni precisi e un fondo di riparazione, e così sarà. Per arrivare al risultato è stato necessario scavalcare un grosso problema: la pretesa, se vogliamo storicamente legittima ma francamente inapplicabile a livello pratico, di una responsabilità storica dei Paesi sviluppati per i cambiamenti già avvenuti. Responsabilità per la quale alcuni Paesi pretendevano un risarcimento già ora. Alla richiesta è stato opposto un rifiuto totale, per cui si è giunti alla ben più ragionevole soluzione che i Paesi sviluppati pagheranno per i danni causati da oggi in poi. In questo caso il meccanismo L&D è applicato in particolare a quelle situazioni dove le conseguenze del climate change (ad esempio: innalzamento del livello dei mari) potrebbe portare persino a massicci spostamenti di popolazioni, sommersione di significative porzioni di terreno, quando non addirittura la sparizione completa di una Nazione. Per questo motivo al meccanismo L&D sono stati particolarmente interessati i Paesi del G77 (un’organizzazione intergovernativa delle Nazioni Unite, formata da 134 paesi del mondo, principalmente in via di sviluppo) e i Paesi SIDS (Small Island Developing States), una coalizione di 37 Stati UN e 20 Nazioni non UN che ha organizzato a Bonn anche una gran quantità di Side Event.


E qui veniamo al secondo, interessantissimo, segnale che mi porto a casa da Bonn. Quello che ci sia una grossa fetta di società civile, di industria, di associazioni, di gente comune che ha da tempo scelto la strada da intraprendere, e la segue con determinazione qualunque sia la strada intrapresa dalla politica. E’ il caso, di cui vi ho parlato in un video, dei 9 Stati, 230 città, 1700 aziende e 320 college americani che hanno sottoscritto l’America’s Pledge – dichiarando quindi di voler restare dentro gli accordi di Parigi per propria iniziativa, anche se il Governo USA ne è fuori. Ma non solo. Qui a Bonn, dovete sapere, i lavori erano divisi in due macroaree, separate da poco più di un chilometro di parco sulle rive del fiume Reno. La prima zona, chiamata Bula, era quella “istituzionale”, dei negoziatori e dei Capi di Stato. La sensazione era di una zona ingessata, ferma, lenta, timorosa, paludata (senza che con questo si voglia sminuire l’importanza dei negoziati, comunque essenziali per procedere con l’Accordo di Parigi). La seconda zona era chiamata (che originalità!) Bonn Zone. Ed è qui che le ONG, alcuni Paesi, le Associazioni e le Industrie hanno messo in campo tante idee, progetti, eventi di qualità e ricchi di energia (pulita, ovviamente!) per disegnare il mondo di domani sempre più verde e fossil-free. Sono conscio che, una volta rientrato a casa, la delusione potrebbe essere forte perché alla COP si vive per alcuni giorni circondati di persone che, più o meno, la pensano come te e cercano soluzioni, mentre nel mondo là fuori la stragrande maggioranza della gente non è interessata o comunque resta inattiva, quasi imbambolata, e sta lì a vedere cosa succede (per non parlare dei negazionisti che non credono nemmeno esista il climate change). Però voglio godermi ancora un po’ l’idea che la gente vada più forte dei propri Governi. Molto più forte, su questo tema.


E siamo al terzo segnale, inequivocabile: rispetto a qualche anno fa sono completamente spariti gli eventi propedeutici, quelli destinati a spiegare cosa siano e cosa comportino i cambiamenti climatici. Non servono più, capite? A livello istituzionale e di quella parte della società civile che è sensibile al problema, ormai la consapevolezza è totale, condivisa, acquisita. A parte mezzi Stati Uniti (quelli di Trump e dei suoi populisti creduloni), tutti gli Stati sono lì, nessuno fa passi indietro o si chiama fuori. Non c’è più bisogno di convincere nessuno (nessuno che voglia ragionare con la propria testa e non si arrocchi su posizioni predeterminate per convenienza politica) che il climate change esiste e bisogna rallentarlo il più possibile. In queste settimane a Bonn si sono immaginate soluzioni. S’è discusso di COME fare, non SE fare. E sopratutto come farlo in fretta.


Ultimo segnale. La MOCA. No, non con la K. Proprio con la C. MOCA è un nuovo “esperimento” di dialogo fra Cina, Canada ed Europa per trovare intese trilaterali. Potrebbe essere un’importante asse sul quale sviluppare politiche di rispetto ambientale, con la Cina alla ricerca di un nuovo partner affidabile dopo l’uscita degli USA.


Questi sono gli aspetti più positivi al rientro dalla Germania. Se ci sono anche dei lati negativi? Naturalmente… Ed è giusto riportarli.


In primo luogo il denaro. E’, come sempre, uno degli ostacoli maggiori. Lo è per il L&D, per il Fondo di Adattamento (Adaptation Fund, che per quest’anno ha comunque ottenuto 86 milioni di dollari contro i previsti 80), lo è per l’InsuResilience di cui vi ho parlato l’altro giorno. Ed è un po’ triste pensare che la possibilità di migliorare il futuro del pianeta sia alla nostra portata eppure… Non ci arriviamo davvero per risparmiare. E’ una logica miope.


In secondo luogo, la tendenza – ancora! – a procrastinare tutto. Persino il sopracitato L&D partirà solo una volta tenutasi l’ennesima riunione, a metà 2018. Ma non solo. Gli impegni pre-2020, ad esempio, che i Paesi sviluppati avrebbero dovuto onorare? Check up rimandato al 2019, con l’emendamento di Doha ben lontano dall’ottenere il visto buono da almeno 144 Paesi e con l’Ue e i suoi Stati Membri che non l’hanno ancora ratificato (l’emendamento di Doha fissa nuovi obiettivi un po’ più ambiziosi rispetto a quelli di Kyoto). In extremis è stato deciso che la UE e i suoi Stati Membri lo ratificheranno nel 2018, anche se la Polonia dovesse continuare il suo ostruzionismo e dichiararsi “non pronta”. Che cosa mai potranno fare in così poco tempo per onorare gli impegni pre-2020, se non ci fossero arrivati? Credo molto poco.



In terzo luogo, la trasparenza. Ce n’è poca. Chi finanzia chi? Che giro fanno i soldi? Quali fondi sono finanziati, e da chi? A chi vanno questi soldi e per cosa? C’è poca chiarezza anche fra gli esperti ai lavori, con cifre che ballano – di miliardi – come fossero noccioline.


Infine, la mancanza di ambizione. E qui vorrei soffermarmi sull’Europa, che s’è un po’ elevata alla posizione di leader nel rispetto ambientale nei confronti del resto del mondo (ma abbiamo visto che il non aver ratificato l’emendamento di Doha per alzare i target di Kyoto indebolisce questa posizione). Vogliamo dire che anche un guercio è un Re in un mondo di ciechi? Diciamolo! L’Europa potrebbe fare molto di più. Gli obiettivi che si da sono troppo poco ambiziosi. Canete si “discolpa” affermando, non senza un po’ di ragione, che però almeno noi li raggiungiamo e che abbiamo la legislazione per rispettarli. Secondo il Commissario non avrebbe senso porsi obiettivi troppo alti, per poi fallirli. Giusto. Ma c’è anche una via di mezzo fra fissare l’asticella all’altezza della caviglia o provare, almeno, a saltare fino al ginocchio.
Giusto?
Da Bonn è tutto, ci risentiamo dalla Polonia nel 2018!


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