L’accordo sugli HFC è un bicchiere mezzo vuoto?

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Ricordate la guerra ai gas dannosi per l’ozono, forse la battaglia più “famosa” sul clima che sia riuscita a raggiungere un certo livello di notorietà? Allora, era il 1990, si trattava di limitare i Clorofluorocarburi (CFC) che scomparvero da lacche per capelli e dagli usi refrigeranti dopo l’accordo di Montreal.

Oggi con l’accordo di Kigali (inserito come emendamento al protocollo di Montreal) si mettono al bando quelli che sono gli eredi (nonché “familiari”) dei CFC: sono gli Idrofluorocarburi, HFC, usati principalmente nei condizionatori e negli impianti di refrigerazione e co-responsabili del surriscaldamento climatico. Più che “messa al bando” si tratta di una riduzione graduale: l’accordo prevede un -10% delle emissione già nel 2019 rispetto ai livelli 2013, un -85% nel 2036.
Che all’accordo abbiano aderito 150 Paesi può fare sorridere – il numero è alto. Purtroppo i principali produttori di HFC (CINA, INDIA, Pakistan e Paesi del Golfo) hanno deciso di procrastinare l’entrata in vigore dell’accordo al 2029 e 2032, quando taglieranno appena del 10%.
Dunque, funzionerà o no?
Per la metà del secolo, secondo alcune stime, le riduzioni concordate corrisponderebbero a togliere dalla strada 500 milioni di automobili, o a spegnere 750 centrali a carbone da 500 MW l’una.
Secondo i sottoscrittori, questo accordo garantirà un taglio al riscaldamento globale corrispondente a 0,5 gradi da qui a fine secolo, aiutando in maniera decisiva a raggiungere gli obiettivi di Parigi.
Non possiamo che sperare che trovi pronta ed efficace applicazione
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