Da dove viene il pesce che mangiamo?

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La domanda, da dove venga il pesce che mangiamo, è legittima. La risposta, purtroppo, nella maggioranza dei casi sarà: “Da molto, molto lontano.”

Probabilmente, non dall’Italia.

Guardate questo servizio, poi ditemi cosa ne pensate.

Io credo che tocchi molti aspetti interessanti.

Ciò che salta subito agli occhi è che importiamo la stragrande maggioranza del pesce che mangiamo, cosa che probabilmente non va a vantaggio della qualità e del gusto.

UNA SCELTA CONSAPEVOLE

Eppure in Italia ci sono tanti pesci gustosi, nutrienti e poco pescati. Perché allora dobbiamo vedere casse e casse di moscardini congelati che arrivano dagli antipodi? In questo caso siamo noi stessi il problema: il mercato ci dà ciò che le persone richiedono. E richiedono pesci di importazione. Vogliamo mangiare il salmone artico, o norvegese, o irlandese. Vogliamo i gamberi dell’Argentina, o il tonno a pinne gialle del Pacifico. Dovremmo invece essere i primi a scegliere di mangiare pesce a #MiglioZero, cioè pesce pescato nelle acque a noi più vicine. Pescato e mangiato, fresco, senza essere congelato o trattato. Sarebbe un vantaggio per tutti: economico per i nostri pescatori (ma anche per le nostre tasche: il pesce azzurro dell’Adriatico ad esempio è ottimo e costa poco), per l’ambiente (meno trasporti=meno inquinamento), per l’equilibrio dei sistemi marini e per dare respiro alle specie più sfruttate.

OCCHIO ALL’ETICHETTA

Senz’altro in questo nostro sforzo per una pesca sostenibile non ci aiuta la legislazione europea: come dice il servizio, infatti, basta che la fase finale della lavorazione sia fatta in Italia per dichiarare un pesce italiano, anche se invece è stato pescato in Mauritania, ad esempio. Questo è inaccettabile anche nei confronti del consumatore, che può facilmente essere “ingannato legalmente”. Noi ci stiamo impegnando, e faremo ancora di più, per imporre un’etichettatura più trasparente e dettagliata. Abbiamo proposto una ECOLABEL anche per i pesci, dove vorremmo fossero anche indicati la sostenibilità della pesca e lo strumento utilizzato per la cattura.

L’ACQUACOLTURA

Rispetto ai toni entusiastici del servizio, ho un’opinione differente sull’acquacoltura. Si tratta di una possibilità, ma non della bacchetta magica. Le risorse naturali sono finite in natura, per cui non “creiamo” pesci dal nulla. I pesci di allevamento vanno alimentati. E per farlo si possono catturare tantissimi altri pesci (cosa che ha una ricaduta sull’ecosistema, è inevitabile), ma più spesso si ricorre alle farine di origine animale. Tali farine, spesso di carne, alterano la composizione fisica e chimica del pesce allevato. Che ha già altri problemi: le sue carni sono grasse, normalmente, perché quasi non si muove ed è particolarmente fragile, per cui viene imbottito di antibiotici. Inoltre, la concentrazione enorme di cibo e conseguenti deiezioni dei pesci, nelle aree degli allevamenti a mare, creano inquinamento dovuto proprio all’eccesso di nutrienti, e anche ai medicinali forniti insieme al cibo.

LA SOLUZIONE

La soluzione è un consumo più parco, sobrio e intelligente del pesce, e una regolamentazione che favorisca una pesca sostenibile e una tracciabilità che permetta al consumatore una scelta consapevole. Non ci sono scorciatoie, solo uno stile di vita e di alimentazione in equilibrio con la Terra e col Mare ci consentirà di evitare situazioni come quelle sopra.

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1 Comment Posted

  1. Chiedo allo scienziato: ma è ipotizzabile ove esistono allevamenti di mitili (1° filtro?) realizzare grandi “recinti” per itticoltura secondo un disciplinare e delle norme ancora da precisare. (Marco penso al largo della natia Viserbella) Chiaro che da subito e prima di eventuali guai bisognerà mettere la massima attenzione sull’itticoltura in adriatico ; fosse anche solo per indicare dei disciplinari , meglio ancora se Leggi. Il senso è: itticoltura sarebbe meglio no…….ma se devo almeno la faccio bene (2° i nostri valori).
    [constatazione ed augurio; buon lavoro! ]

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