FOCUS – La prostituzione

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Prostituzione.

La Prostituzione è un fenomeno sociale spesso identificato con un problema grave, tanto più grave quanto ci riteniamo civilizzati. Tollerarla significa rassegnarsi alle conseguenze che provoca sul fisico e sulla psiche di chi vi è costretto, significa rassegnarsi a vedere che qualcuno guadagna sulla pelle altrui, significa tollerare fenomeni come disparità di genere imposta con la violenza, tratta di esseri umani e pedofilia. Sì, c’è anche quella.

Come si può approcciarsi ad un fenomeno tanto complesso? Sicuramente non fermandosi a guardare il proprio giardino come fosse l’intero universo. E’ comprensibile lo sdegno di chi si ritrova davanti casa, o davanti al proprio esercizio commerciale, il triste spettacolo della Prostituzione. Capisco meno il metodo “lontan dagli occhi lontan dal cuore”, secondo il quale basta spostare tutto da un’altra parte, o chiudere tutto dentro una casa, per considerare risolto il problema. Non è poi assolutamente accettabile come proposta da chi si candida come amministratore della Res pubblica, perché da costoro ci si aspetterebbe una visione d’insieme molto più ampia.
Spostiamoci dunque dal vialetto di casa. Ragioniamo su quel che la prostituzione è in realtà, discernendo dalle tare ataviche che, tutto sommato, giustificano l’acquisto dell’intimità femminile. In questa mia riflessione mi concentrerò sulla prostituzione femminile. Non dimenticando che ne esiste anche una maschile, naturalmente, di dimensioni più ridotte ma non per questo meno abietta. La Prostituzione è mercificazione di un atto intimo e, come tale, può essere annullata solo da una cosa: la mancanza di richiesta.
In Italia secondo le più recenti stime, tra sfruttamento in strada (65%) e nelle case chiuse (35%), ci sono circa 120 mila schiave del sesso. Tra queste una ragazza su tre è minorenne. Dato sconvolgente vero? Ce n’è un altro ancora più sconcertante, in quanto causa di tutto. A sostenere questo commercio ci sono 9 milioni di clienti. Questo fatto da solo basterebbe a spostare il focus dalla visibilità o meno del luogo dell’esercizio, a problema di evidente natura culturale. Un primo passo nella direzione perlomeno della diminuzione del fenomeno, potrebbe essere l’inserimento nel programma scolastico di un’educazione sessuale, intesa nel rispetto delle relazioni tra esseri umani. Lo dico più chiaramente. Bisognerebbe insegnare già dalle medie inferiori che l’intimità delle persone, che siano esse uomini, donne o transgender non si compra. Abdicare a questo ruolo significa lasciar fare a mass media senza filtri come internet, mai tanto accessibile e capillarmente diffuso, in cui si propongono modelli sessuali che un preadolescente non ha mezzi per capire.
Bisogna rilevare che la civile Europa indulge facilmente in una serie di alibi. “La prostituzione è antica come il mondo”, quante volte l’abbiamo sentito dire? Anche la guerra è antica come il mondo, non per questo smettiamo di sognare un futuro in cui non esista. Quest’alibi sembra rivolto ad un’assoluzione per chi acquista prostituzione, ma non è il solo, né il più pericoloso. Un’altra cosa che si sente spesso dire è che in Germania ed altri paesi del Nord Europa hanno risolto il problema legalizzando il “mestiere”.
Ebbene su questo dato è necessario fare un po’ di chiarezza e la fa in modo molto preciso la Risoluzione presentata al Parlamento Europeo dalla deputata Laburista Mary Honeyball. La risoluzione non è vincolante, ma è corredata da un rapporto che spiega come stanno le cose, in realtà, per quanto riguarda i modelli europei di contrasto alla prostituzione.
Se vi siete stupiti delle 120 mila prostitute italiane, immagino rimarrete sconvolti nell’apprendere che quelle tedesche sono circa 400 mila e che la possibilità di legalizzarsi ha prodotto solo una cinquantina di registrazioni. L’opportunità di ufficializzarsi nel ruolo ha prodotto nient’altro che un’accondiscendenza diffusa… tolleranza che, sebbene favorisca (non del tutto) l’allontanamento dalle strade, diventa terreno fertile per la tratta di esseri umani. Nel 2007 il governo tedesco ha ammesso che la normativa che legalizza la prostituzione non aveva ridotto la criminalità e che oltre un terzo dei pubblici ministeri tedeschi aveva rilevato come la legalizzazione della prostituzione avesse reso più complesso il loro lavoro finalizzato a perseguire la tratta e lo sfruttamento di esseri umani.
Qualche anno più tardi, nel 2013, un’inchiesta di Spiegel, il settimanale tedesco con maggior tiratura, ha mostrato il vero volto della Prostituzione in Germania. Bordelli legali sì, ma tariffe forfettarie all-inclusive. Donne che lavorano in condizioni economiche sempre più svantaggiate, ritmi estenuanti e costrizione ad ogni tipo di prestazione sessuale. Come se non bastasse traffico di esseri umani in aumento, grande affluenza di donne dall’estero e, ciliegina sulla torta, la prostituzione di strada è sempre presente.
Solo in Germania? Pare di no. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine, i Paesi bassi sono la prima destinazione delle vittime della tratta di esseri umani. Lo stesso sindaco di Amsterdam, nel 2003, ha affermato che la legalizzazione della prostituzione non era riuscita a prevenire il fenomeno della tratta, aggiungendo che sembrava impossibile creare una zona sicura e controllabile, che fosse preclusa agli abusi della criminalità organizzata.
Esiste anche una prostituzione volontaria, certamente, non legata alla tratta di esseri umani ed esercitata in forma libera. Ma non è determinante rispetto alle dimensioni del fenomeno che stiamo descrivendo.
Quale modello applicare? La legalizzazione completa, o meglio la tolleranza massima, alla riprova dei fatti non porta i risultati sperati. Ma neanche la totale criminalizzazione lo fa. Sempre secondo il Rapporto Honeyball non hanno risultati migliori Francia, Regno Unito e Repubblica d’Irlanda, dove la prostituzione e le attività connesse, come l’adescamento, sono criminalizzate in tutto o in parte. Stando a quanto decretato dai risultati sul campo il miglior modello è quello Nordico o Svedese.
La Svezia ha modificato la sua legge in materia di prostituzione nel 1999, vietando l’acquisto di sesso e depenalizzando i soggetti che si prostituiscono. Chi commette reato è dunque il cliente e non la prostituta. Questo modello ha avuto un impatto estremamente forte. Nel paese, il numero di persone che si prostituiscono è un decimo rispetto alla vicina Danimarca, dove acquistare sesso è legale e la popolazione è inferiore. Anche le Forze dell’Ordine, dati alla mano, confermano l’effetto deterrente di questa impostazione rispetto alla tratta ai fini di sfruttamento sessuale. Nel tempo anche Islanda, Scozia e Norvegia hanno adottato il sistema: multa e pena che rientra nell’accordo di una “condizionale” per la prima volta, pene più severe per i recidivi. Di concerto all’azione penale c’è però il tentativo di recupero di chi si è prostituito, dedicando protezione e programmi ad hoc. Modello non certo irrealizzabile.
Vorrei concludere questo breve approfondimento proponendo una riflessione che riguarda il nostro Paese, ma non solo. Stiamo molto lentamente attraversando una crisi finanziaria che ha messo in difficoltà moltissime famiglie. Molti atti di disperazione sono inevitabili da vedere, perché sono così drammatici da assurgere immediatamente alle prime pagine. Ci sono altre situazioni, però, che si radicano non avvertite dall’opinione pubblica. Non sono pochi i casi di donne, magari madri di famiglia, magari madri sole, che hanno trovato nella prostituzione l’unico modo per mettere un pezzo di pane a tavola. Certamente una scelta che non può e non deve essere criminalizzata. Ma certo il sintomo di uno Stato che non è in grado di occuparsi dei suoi cittadini, come già sembra molto in difficoltà ad occuparsi dei suoi ospiti. Sembra quasi superfluo, ma non lo è, sottolineare come tutto questo si intrecci a doppio filo con la disparità di genere.
P.S.
Nell’approfondimento non ho intenzionalmente citato l’assistenza sessuale ai disabili. E’ chiaro che, se si prefigurasse l’opportunità di legittimare una tale figura, le selezioni e i controlli per avere l’ufficialità dovrebbero essere in grado di escludere senza ombra di dubbio qualsiasi tipo di illegalità e di coercizione, garantendo nel contempo la solidità psicologica di chi presta il servizio.

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