Caccia al tonno rosso

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Il tonno rosso, si sa, è pregiato e apprezzatissimo – anche da mangiare crudo nella sushimoda. Il Giappone ne è il principale consumatore, ma il tonno rosso vive e si riproduce soprattutto nel Mar Mediterraneo. Quindi?

Negli anni scorsi era stato sterminato, tanto che s’è dovuto imporre un blocco della pesca, e poi ancora una moratoria per imporre una limitazione nelle quantità che è possibile pescare.

A Genova si è appena concluso il negoziato sulle nuove quote di pesca del tonno rosso nel Mar Mediterraneo. C’erano tutti i rappresentanti dei Paesi rivieraschi – europei e del Nord Africa – e anche quelli di Giappone, Cina e Taiwan. Al tavolo delle trattative anche le associazioni ambientaliste e quelle delle imprese di pesca. Dopo 10 giorni di lavori è prevalsa una soluzione di compromesso: grazie alle moratorie di cui sopra il numero dei tonni in mare è aumentato considerevolmente e, così, è stato deciso di incrementare le quote del 20% circa.

Questo dato – apparso su comunicati ufficiali e sulla stampa che non controlla le fonti – è falso. La possibilità di pesca del tonno rosso aumenta del 20% ogni anno a partire dal 2015, quindi l’incremento complessivo nell’arco dei prossimi tre anni sarà pari a circa il 72%! (da 13.500 tonnellate odierne a 23.155 previste per il 2017). E c’è pure l’ingordo che non si accontenta mai: per le grandi associazioni di pesca, come Europêche, questo sarebbe ancora poco. Avrebbero voluto un incremento maggiore, ma tanto a loro preservare l’ecosistema marino non interessa.

L’aumento esponenziale dei diritti di pesca non potrà non avere delle conseguenze ambientali ed economiche. Per quanto riguarda le prime, anziché mantenere una linea prudenziale e massimizzare così i benefici ottenuti dalle limitazioni degli scorsi anni, si è invertita rotta, rischiando di vanificarli. Questo senza, tra l’altro, tenere in considerazione la quota di pesca illegale praticata diffusamente da alcuni Paesi del Nord Africa e in Turchia. I responsabili dei controlli, infatti, appartengono agli Stati membri, che spesso per ragioni di consenso strizzano l’occhio alle lobby degli armatori.

Dal punto di vista economico, invece, l’aumento delle quote difficilmente si tradurrà in beneficio per il settore ittico. Quella degli armatori sarebbe una vittoria di Pirro per due ragioni. La prima si basa su un elementare principio economico: il livello di produzione dei beni è una funzione decrescente del livello dei prezzi. Il mercato del tonno non è libero (ma appunto condizionato dai negoziati), tuttavia è reale il rischio che un aumento della quantità venduta si traduca in una diminuzione dei prezzi, un boomerang per i pescatori, soprattutto quelli più piccoli. Un’altra spia di allarme – che suffragherebbe ulteriormente questa ipotesi – nasce dal fatto che il Giappone è entrato in recessione. Poiché esso compra all’asta quasi il 90% del tonno pescato nel mar Mediterraneo, è dunque assai probabile che detti al ribasso l’andamento delle vendite.

Compromesso farsa, dunque, e anche beffa! Il Giappone, infatti, non ha solo imposto la sua forza di acquirente, ma ha consolidato un diritto che appare inspiegabile, comportandosi come un predatore in acque straniere. Perché i suoi armatori possono pescare l’8,5% del tonno rosso del mar Mediterraneo? Non solo il Giappone compra e consuma, ma pesca anche direttamente in un mare non suo! Un diritto concesso con percentuali minori anche alla Cina e a Taiwan.

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